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Strumenti di indignazione

My Life had stood – a Loaded Gun (Emily Dickinson)

Caro Vincenzo, “… e tutti fanno Ooohhh!. Come chiamavano i giovani di questo genere nella Germania di Goethe?”

Chiudo le pagine di On the Road di Kerouac, e prima del tuo scritto sulla “mostruosa” e attuale situazione della Libera Repubblica di Frigolandia: vitale archivio della cultura sotterranea  italiana, che in seguito a un ordinanza comunale deve sgombrare, e invitando tutti i lettori a firmare la petizione (firma qui) per evitare che ciò avvenga, mi concedo una favoletta consolatoria e alcune riflessioni.

TUTTO IL MONDO È PAESE, MADAMA MORTA

Une inexactitude scrupuleuse. (J. Renard)

Nella Sala Conciliare del paese di Ninportadove, dove anche i gambi delle sedie erano avviluppati dalle onde beta, i responsabili della Kultura discutevano animosamente della futura “destinazione d’uso” di quel museo di “morto viluppo di memorie” e della sua conversione in luogo funzionale all’arte e allo spettacolo; riscuotendo l’entusiasmo di tutti i membri dei “partiti”, ad eccezion fatta del dottor Covid: assente giustificato, perché in vacanza sulle patrie spiagge.

Intanto nel vicino paese di Piccolecatene, che agli occhi degli astanti alla riunione rappresentava il modello ideale da seguire: conforme al consenso e al gusto delle masse; già le statue tatuate erano scese in piazza, incuranti, nella loro irriverente e volgare “trovatella”, del concetto di sacro racchiuso nella statuaria antica greca e romana, e felicitavano gli I-pod dei visitatori.

GONZI

“Chiamo gonzi…”  (Goffredo Fofi, in un’intervista)

Ho visto Papa Ovadidio in tv: riesumava “La società dello spettacolo” di Gaio Debordo, non curante del fatto che le sue numerose presenze televisive, contraddicevano spudoratamente qualsiasi cosa andasse dicendo, e forse dimenticando che:

“Così l’individuo, impoverito e segnato nel profondo da questo pensiero spettacolare più che da ogni altro elemento della sua funzione, si mette subito al servizio dell’ordine costituito, mentre la sua intenzione soggettiva poteva anche essere completamente contraria a tale risultato. Egli seguirà essenzialmente il linguaggio dello spettacolo, perché è l’unico a essergli familiare: quello in cui gli è stato insegnato a parlare. Magari vorrà mostrarsi nemico della sua retorica; ma userà la sua sintassi. È uno dei punti più importanti del successo ottenuto dal dominio spettacolare.

La scomparsa così rapida del vocabolario preesistente è solo un momento di questa operazione, e la favorisce.” (Guy Debord, da Commentari alla società dello spettacolo)

E : ”Credo che bevemmo di tutto” (Rimbaud)

TI RULLO DI TAMBURI

Stefano Tamburini a questo punto si sarebbe bello che rotto i Koglioni, e certamente avrebbe reagito, dicendo a ragione che di questo alla gente non importa  un cazzo, e che le uniche storie che vogliono sentire son quelle di: Figa-Denaro-Macchine o Denaro-Figa-Macchine. Pienamente d’accordo!

ALEGRO Y FINAL

Forse li chiamavano Romantici in Germania, senza confondere il Romanticismo col colloso sentimentalismo dei baci perugina. In Italia forse: comunisti, drogati e frogi per usare dei gentili eufemismi. Quindi prima di ridercela con l’ironia, la satira e la poesia di Bicio Fabbri, Tony Munzlinger, Giorgio Franzaroli e La Fabbrica d’Inchiostro (in Galleria virtuale Santi e Mostri – “Artisti su invito”), chiudo con un omaggio a Leo Longanesi, nato nel secolo decimo nano; che con l’altro gigantesco nano di Strapaese: Mino Maccari (li chiamavano “Fascisti”), portarono una volta un vento di fresca irriverenza nella palude del pensiero e dell’arte italiani:

“Nulla si difende con tanto calore quanto quelle idee a cui non si crede.”

Qui nelle notti d’estate son tornate le lucciole,

un abbraccio, Max.

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